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viernes, 15 de julio de 2022

Eugenio Scalfari 1924-2022


Portada de La Repubblica de hoy, agradeciendo a su director y fundador, Eugenio Scalfari, muerto ayer. No es lo más importante que pasó. Es que no es una noticia sino un homenaje.

En la edición de hoy hay cantidad de artículos cobre Scalfari. Los puede buscar y espero que estén libres. Le recomiendo este, de Filippo Ceccarelli, que subo mientras se puede. Profeta sin partido, linda expresión para describir a un periodista.

La politica e le battaglie di un profeta senza partito

La grande e nobile tradizione giornalistica italiana, da Scarfoglio ad Albertini, da Mussolini a Gramsci, è connaturata all’interventismo. Osservare e interpretare, ma soprattutto modificare la realtà. Questo è stato e questo specialmente ha fatto, con imprevedibili risonanze, Eugenio Scalfari: giorno dopo giorno per oltre 60 anni, l’arco di due repubbliche e mezzo, a suo modo segnando la trasformazione di un paese contadino e papalino nell’Italia di oggi.

In mezzo c’è la storia, così piena di fatti e parole che a Scalfari fanno pensare. Gli intrighi del Sifar e la Razza Padrona, la linea della fermezza e il brigante Ghino di Tacco, espressioni entrate di forza nell’immaginario; come pure la plausibile leggenda che l’ha voluto di volta in volta consigliere, architetto o addirittura demiurgo di passaggi decisivi: dalla svolta moderata di Lama al consenso su Pertini, dalle picconate di Cossiga alle nomine di De Mita (Prodi all’Iri) fino alla gestazione, che si paventò “eterodiretta”, del Pds di Occhetto.

E se pure in nulla l’odierna società politica italiana assomiglia a Scalfari, beh, torna a suo onore l’indipendenza di «giornalista politico d’intervento — come lo definì negli anni ’80 Giorgio Bocca — capo partito senza partito». Da tutti i potenti riconosciuto come un orgoglioso ed enigmatico governante ombra, là dove l’ombra, lungi dall’evocare oscurità, traeva la sua fuggevole natura da un uomo che al dunque rispondeva solo a se stesso e al suo immenso talento nel comprendere e raccontare la vita pubblica, fulgori e magagne, comunque alla luce della passione culturale.

Innumerevoli gli scoop, imprescindibili le analisi, inesorabili le polemiche; di istruttiva e godibilissima lettura, oggi più di ieri, l’autobiografia, che il direttore di Repubblica intese personale e di gruppo, La sera andavamo a via Veneto (Mondadori, 1986). Non molto tempo fa lo storico Tassani ha scovato il primo articolo di Scalfari adolescente su un giornalino dell’Azione Cattolica; giovanissimo, prima di essere espulso dal Pnf, collaborò con il periodico Roma fascista. Ma il suo vero imprinting fu il liberalismo crociano. Un’Italia laica, di minoranza, ma senza complessi d’inferiorità, anzi.

Al Mondo di Pannunzio le idee politiche s’intrecciarono con un giornalismo elegante e scanzonato, l’impegno nella sinistra del Pli con i convegni dell’Eliseo, la battaglia contro i monopoli con la campagna contro il sacco di Roma, la Marsigliese con la fondazione del Partito radicale. Tutto questo mondo, che aveva come colonne Ernesto Rossi e Ugo La Malfa, il trentenne Scalfari cercava con altri di coinvolgere nell’imminente centrosinistra. «Cambiare musica e suonatori», l’Espresso ebbe subito questa ambizione. Nel Psi si orientò verso Riccardo Lombardi e il gruppo della Programmazione. Nel 1968 fu anche eletto deputato. Ma nel campo dell’economia — dove da giornalista apprese il senso dell’impresa, il dominio del denaro e l’importanza dei rapporti di forza — guardava al governatore di Bankitalia Guido Carli.

Pochi hanno conosciuto da vicino Fanfani e Moro, Mattei e Olivetti, Saragat e Merzagora, Spadolini e Ciampi. Molti altri Scalfari ha lodato, vezzeggiato, stuzzicato e poi, spesso e volentieri, anche disprezzato e preso di petto: da Togliatti ad Andreotti (e il pensiero va al serrato dialogo de Il Divo di Sorrentino), da Agnelli («L’avvocato di panna montata») al primo Cossiga, da D’Alema fino al giovane Renzi passando per Pannella. È difficile d’altra parte trovare regole o costanti nelle avversioni o nelle preferenze di un giornalista vissuto come un mito: illuminista, equilibrista, attore, profeta, libertino, giacobino, giocatore d’azzardo, corsaro, predicatore, torero, domatore e perfino centauro.

Con qualche approssimazione si può ipotizzare che l’intuito, ma forse sarebbe meglio dire il prodigioso istinto di Scalfari l’avessero portato con l’esperienza a coltivare una sorta di felice flessibilità che a sua volta gli consentiva di acquistare i lettori, che lo veneravano, proiettando la sua provvisoria benevolenza su questo o quel partito, questo o quel leader. Ciò nondimeno con alcuni personaggi non riuscì quasi mai a coesistere, e anzi sembrava ben lieto di incrociare le armi, queste ultime calibrate secondo una scala polemologica che dal raffinato dileggio, attraverso la più meticolosa enunciazione di circostanze a carico, giungeva all’allarmata rampogna.

Per cui prima Cefis, poi Craxi e infine Berlusconi ebbero sempre da lui e dai suoi giornali la più viva ostilità, e anche pane per i loro denti. Fu così ampiamente ricambiato, nel corso di un trentennio. Il progetto più impegnativo e ambizioso che si assegnò, negli anni ’70 e ’80, fu quello stabilire un’intesa tra la borghesia imprenditoriale e il Pci di Berlinguer, gigante impacciato e prigioniero di dogmi, favorendone l’evoluzione in senso liberale. Ma i tempi e la morte di Berlinguer non giocarono a vantaggio di questo processo. Quindi si concentrò sulla Dc di De Mita, anche in quel caso cercando di forzare la natura dello scudo crociato sul piano del rigore. Ma anche gli sforzi di De Mita furono vani e venne il Caf.

miércoles, 22 de noviembre de 2017

Rediseño de La Repubblica

Ayer

Hoy

Aquí ellos mismos explican las razones del cambio (son siempre las mismas, en todos los diarios del mundo) y los autores: 
Questa riforma grafica nasce dall'incontro di due persone speciali, dal talento del nostro storico art director Angelo Rinaldi e dalla creatività del giovane Francesco Franchi. Per mesi hanno lavorato in silenzio e con sapienza artigianale per creare qualcosa che rendesse Repubblica più immediata, fruibile e diretta
aquí la presentación de Eugenio, la nueva tipografía de La Repubblica creada por el estudio Commercial Type. En nombre homenajea a Eugenio Scalfari (93 años), quien aparece al final de este video.

martes, 19 de enero de 2016

Mario Calabresi deja caer tres bombas en Repubblica


Mario Calabresi es quizá el mejor director de diarios de Italia, con permiso de Ferruccio de Bortoli, al que jubilaron hace dos años del Corriere della Sera en una movida, digamos, pintoresca.

El jueves pasado, Calabresi dio el relevo a Ezio Mauro, otro colosal director con una misión casi imposible: relevar al fundador de La Repubblica, Eugenio Scalfari

Calabresi viene de dirigir La Stampa, el mejor diario de Italia de los últimos cinco años (eso le parece a uno). Sonó como relevo de De Bortoli en el Corriere durante dos años, que los milaneses se pasaron anunciando que llegaba mañana, mañana, mañana hasta que el propio Mario dijo que seguía en el diario turinés –seguramente porque Repubblica ya se había acercado a él. (Corriere optó finalmente por una solución interna: Luciano Fontana).

A Calabresi le ha tocado el premio mayor. Repubblica no es lo que era, quién puede negarlo. Si hay alguien que puede devolverlo a su antiguo estado es Calabresi, que fue su más joven Caporedattore Centrale (el principal ejecutivo del director en la sala, digamos). Fue el mismo Ezio Mauro quien lo nombró, con un par, cuando tenía 32 años, en un país tan gerontocrático que cuando tienes 40 te siguen llamando ragazzo (chaval, pibe).

Esta es la primera intervención de Calabresi en su primera reunión de Repubblica. Atención a los tres bombazos que suelta, con finezza, en los minutos 12', 15'40" y 19'. Si tiene 20 minutos y es periodista no podría recomendarle una manera mejor de aprovechar el tiempo.

Hoy ha presentado su programa editorial, con todos los números y poca ópera. Puede verlo íntegramente. Será una hora bien aprovechada.

sábado, 14 de septiembre de 2013

El papa hace la portada de La Repubblica

Eugenio Scalfari, el editor general de La Repubblica, publicó el 7 de agosto una columna titulada Las preguntas de un no creyente al papa jesuita llamado Francisco. Bueno, el papa jesuita le contestó en una extensa carta que La Repubblica publicó a todo tapa el miércoles 11. Aquí la versión en castellano.


Y el jueves 12 Scalfari agradece emocionado la carta del papa a qui non crede.

lunes, 9 de julio de 2012

Lo que va de ayer a hoy

Primero dijo (El Gobierno Dice, El Gobierno Dice, El Gobierno Dice)…


…y hoy recibió cumplida respuesta:



Ya lo había anticipado Eugenio Scalfari en La Repubblica el domingo:



Gràcies per la pista, J*

lunes, 5 de marzo de 2012

Seis directores de diario que hicieron el ridículo con Putin


Vladimir Putin se sentó en la presidencia de la sala de consejos de su dacha y dijo:
—Pregunten lo que quieran. Responderé a todo.
Era el pasado 1 de marzo. Le escuchaban los directores James Harding de The Times ($), Gabor Steingart de Handelsblatt ($), John Stackhouse del Globe and Mail, Yoshibumi Wakamiya del Asahi Shimbun, Sylvie Kauffmann de Le Monde y Ezio Mauro de La Repubblica.

El candidato a la presidencia de Rusia había llegado con dos horas de retraso a la cita. Nuestros corresponsales habían sido cortésmente advertidos de su suerte por un edecán: "a la Reina de Inglaterra le hizo esperar una hora", dijo. Oh. Ah.

Dos horas cocinándose entre ellos, aflojándose, relajándose.

¿Quiere la verdad? La flor y nata de la prensa no pregunta nada de sustancia. En las entrevistas que uno leyó no aparece ninguno de estos nombres: Anna Politkóvskaya (asesinada en su casa en 2006), Anastasia Babúrova (asesinada en 2009, tenía 25 años, foto), Mijail Bejétov (una pierna y tres dedos amputados en 2009), Oleg Kachin (en coma con varias fracturas en 2010… por hablar de Bejétov)… Son (eran) todos periodistas. He documentado los que recuerdo de memoria porque la lista es muy larga. Podían haber elegido entre más de un centenar de nombres. Uno al menos. Uno.

Ni siquiera le inquietan por una cosita elemental y sencilla como las represalias a los periodistas de Radio Eco de Moscú, tan recientes aquellas (16 de febrero) y tan liberales estos (todos despedidos). Convengamos: corporativistas, lo que se dice corporativistas, no son esos directores de diario.
—En nuestro país, los profesionales como vosotros siempre han sido tratados con una atención particular y el mayor de los respetos.
Eso dijo Putin el pasado 13 de enero en la celebración oficial del Día de la Prensa. Quizá dijo algo parecido a nuestros directores de diario.

No se lo va a creer: tampoco le preguntan sobre Jodorkóvski, el propietario de Yukos Oil al que arbitrariamente confiscaron la empresa y condenaron y encarcelaron durante su anterior presidencia. O por el chantaje con el gas a los países del Este. Chechenia. Beslan. Casos concretos de corrupción o extorsión (Gazprom, TNK-BP, Nordsee…). El presupuesto militar. El escudo antimisiles. Los submarinos nucleares averiados. Etcétera.

Las preguntas son blanditas, educaditas, flojitas. Nada para lo que un tirano caradura y cínico no se haya preparado mil veces. La desfachatez del ahora presidente electo de Rusia atraviesa todas las entrevistas. Es un parachoques, un deflector. En el mejor estilo soviético, además: ¿Corrupción? Ah. ¿Ustedes no tienen corrupción? ¿No? ¡Todos tenemos corrupción! ¿Manifestaciones en la calle? Ustedes también tienen. ¡Todos tenemos! Y así todo.

Les toma el pelo a los directores y ellos a nosotros.

Cuanto más lees más te irritas, tanto salta a la vista la desvergüenza de Putin. Poco a poco aplana a nuestros amenos entrevistadores, quizá sorprendidos en su buena fe. Aunque ese sea el último lugar donde un director de diario debe ser sorprendido. En fin.

Esos directores se comportaron peor que si les hubieran comprado: renunciaron a ejercer el periodismo con un autócrata. Seguramente fue lo que les pidieron. Muy obedientes o muy intimidados, ni siquiera han tenido el valor de decir a sus lectores: fuimos a la dacha, era una encerrona, no respondió a nada, no lo supimos hacer mejor, no merece la pena hacerles perder su tiempo, no lo publicamos.

Stackhouse tiene el papo/la caradura de contar, así nomás, que Putin le llevó a jugar al hockey sobre hielo con sus amigos –algunos son ex internacionales rusos, usted me entiende. Ya sabe lo que dicen: los canadienses nacen con un stick bajo el brazo. Claro. Era una oferta irresistible.

¿Por qué no fueron los corresponsales en lugar de los directores? Habría sido lógico pues son los que más saben. ¿Por qué no los acompañaron, al menos? ¿Por qué esas preguntas sin repreguntas? En efecto: vanidad y un poco de mieditis. Ni uno mismo se habría librado, lo reconozco. Pero esos directores ¿con quién se aconsejan en la redacción? Nadie les dice: oye, no tienes que ir tú, que vaya el que sepa. O bien: esto es un desastre, le estamos tomando el pelo a la gente, haces el ridículo. Y también: ¿qué ganamos con esa entrevista? Se lo digo: unos kilos más de fatuidad, de jactancia, de vanagloria. (¡Yo Entrevisté A Putin! ¡Yo!).

Bien saben los Putin de esta vida cómo manejar esa vanidad: cuando un director acepta la entrevista su publicación es inexorable, sale en la portada y no es inferior a dos páginas dentro. Nadie regresa a la redacción y dice: me han toreado (¡Soy El Director! ¡Nadie.Torea.Al.Director!).

Con directores así no necesitamos gerentes incompetentes que se carguen los diarios.

La directora de Le Monde quedó tan confundida que el editorial del diario se titulaba así: "Putin ganará pero la democracia puede triunfar". Qué más quiere Putin ¿no? Así se las ponían a Fernando VII.

Su diario traía ayer mismo una crónica formidable de qué significa ser periodista en Rusia. Todo lo contrario que ser periodista en Francia.

El peor, con mucho, es James Harding, del Times. Es el que publica el último y el que cuenta más trolas, desde el "Exclusive" hasta el patético "masculine business" del subtítulo/bajada. El título incluido, por supuesto: lo que dice Putin será lo que sea pero lo que hace indica que nada ha cambiado respecto a Siria. Ah, había que justificar el "Exclusive". Si es verdad o no ¿qué importa? Harding, respóndame: los otros cinco directores ¿no se dieron cuenta de ese shift, no? ¿Es que son idiotas? Vea:


No tienen excusa. A Putin aún le debe doler el estómago de carcajearse. Hicieron el ridículo.

Y sus redacciones habrán tomado nota: duro con los débiles y blando con los fuertes.

Qué pena. Qué asco.


[Haga como uno y quítese el mal sabor de boca con The Economist]:

jueves, 17 de noviembre de 2011

Italia: los extremos se tocan o titular y mirar al techo

Créame que unos y otros no se hablan. Pero hoy hasta comparten diseño. Los de Berlusconi:


Los comunistas (los de verdad, los de antes):


El resto de berlusconianos tampoco da tregua ni cuartelillo [secchioni equivale a nerd]:



El resto de la prensa no se mata mucho. Advierte uno cierta restricción en los titulares en contraste con la tradicional obsecuencia de las portadas italianas cuando arranca un nuevo gobierno. Normal. Nadie levanta el asunto de fondo: si este gobierno cuenta con la suficiente legitimidad democrática, más allá de las formalidades administrativas. Deben tener un miedito…







La Repubblica y sus regionales también titulan y miran al techo:



Sólo un pequeño diario resiste ahora y siempre al invasor… aunque no le quito razón si duda de sus intenciones porque hasta ahora eran la periferia inteligente del berlusconismo:



Aunque ser inteligentes no les da razón, al menos plantean uno de los debates hoy debidos, más obligatorios que nunca. Es una de las cosas que el periodismo debe hacer.